Il bimbo e la guerra

Io: ‘Credo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose, visibili ed invisibili. Credo la chiesa: una, santa, cattolica, apostolica… ‘

Feci una pausa, e pensai a quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevo ascoltato quelle parole.

Gigi: E poi?

Io: Poi qualcosa tipo: ‘professo un solo battesimo e la remissione dei peccati’…poi, boh? ‘per mano…per mano di colui che viveregna nell’alto dei cieli’ o, insomma, una cosa così.

Gigi: Che hai detto? ‘Viveregna’?

Io: Sì. Ovviamente nella versione originale era ‘vive e regna’ ma l’ho scoperto solo recentemente. Da bambino facevo spesso confusione e, anche da adulto, c’è voluto un po’ prima di realizzare come stavano le cose.

Gigi: E che significa ‘viveregna’?

Io: Nella mia testa di seconda elementare, significava, tipo, ‘vivacchia’. Insomma Dio tirava a campare nell’alto dei cieli. Sbarcava il lunario.

Gigi si appoggiò meglio alla sedia e per la seconda volta tentò di attirare l’attenzione del cameriere:”Scusi!“. Poi, sbuffando, tornò a rivolgersi a me.

Gigi: Sai, tu sembri una persona libera.

Io: Ma?

Gigi: Ma ogni tanto hai come dei rigurgiti cattolico-moralisti…

Io: Quella parte della mia infanzia sto cercando di ripensarla. Ma se le tare te ficcano in testa quando sei piccolo, diventa il lavoro di una vita.

Nelle barzellette classiche degli anni settanta, quelle che mi ricordo da bambino, c’erano, di solito, un italiano, un francese e un tedesco. Sarà per questo che ripenso alla prima volta che ho visto Gigi come ad un evento mitico, come mitici tornano alla memoria i fatti dell’infanzia o della prima gioventù. Come in una storiella, il mio ricordo parte da un’enumerazione: c’erano una dama piuttosto in carne, un prete e questo signorotto incravattato, tutto colorato. Erano in TV. Della trasmissione ricordo solo qualche passaggio sparso; ad un certo punto la dama tirò fuori un preservativo e sulle sue dita si diffuse un liquame gommoso e traslucente. Il primo piano del prete tradì un’esilarante slabbrata di disgusto. Ma la scena finale fu tutta del signorotto colorato: “Quando fate l’amore ricordatevi che nelle mucose c’è l’infinito”. Guardai con autentico trasporto il signorotto colorato. Nella sua citazione aveva fuso insieme in un solo concetto l’infinito e l’immagine ben più netta e vischiosa delle mucose. Quell’accostamento arrivò a me in un sussulto di rivelazione. Subito dopo guardai il logo della TV. E’ proprio la RAI, pensai.

Per molto tempo non rividi nè sentii parlare di quel signorotto colorato, ma il suo sguardo e la sua voce, che risuonavano del richiamo dell’infinito dentro le mucose rimasero lì, ad accompagnarmi. Oggi so che quelle parole appartengono ad Edmond de Goncourt, e di massime come quelle, il signorotto colorato me ne dedicò parecchie negli anni in cui siamo stati amici: la più evocata, rivolta alla mia passione per le scalate così come alle mie vicissitudini sentimentali del tempo, appartiene a Flaubert: “L’amore è un fiore da cogliere sull’orlo di un precipizio”. Ma quella era ormai un’altra epoca, ed io e il signorotto colorato sedevamo al tavolo di un ristorante vicino Piazza Bologna. Ci conoscevamo da poco, così lo guardai imbarazzato. Un lustro di permanenza in un sobborgo di Londra mi aveva reso piuttosto restio a simili manifestazioni sentimentali. E anche prima mi baloccavo indulgendo nel pensiero di condividere la natura (e l’espressività emotiva) delle rocce abruzzesi. Ma lo sguardo del signorotto colorato tradiva la passione e la pace di chi ha visto l’oltre, ed è tornato indietro per raccontarlo.

Passarono anni dalla trasmissione con il prete e la dama in carne prima che avessi altre notizie del signorotto colorato. Ma una mattina, senza preavviso, la sua voce fece capolino dalle frequenze mattutine di Radio Radicale. Il signorotto canticchiò un motivetto, si scusò della pochezza della sua interpretazione canora e parlò di tutto quel che conta: amore, politica, sesso, vaticano, burocrazia, sovrappopolazione, morte, vita, scuola, malattie mentali, desiderio. Un fiume in piena che mi accompagnava per radio ogni lunedì mattina, nel mio viaggio che da Teramo mi riportava a Roma, al lavoro. Così finalmente seppi il suo nome: Luigi De Marchi. Eravamo già amici in fondo, o almeno così sentivo. Altri anni passarono prima che mi decidessi a contattarlo. Gli scrissi da Londra subito dopo aver letto d’un fiato “Scimmietta ti amo”, che avevo trovato sul WEB. Mi commossi al saluto finale, poi rimosso nell’ultima versione di “Scimmietta” (intitolata “Lo Shock Primario”), in cui Gigi accennava a se stesso, al suo itinerario intellettuale e al coraggio che era servito a lui, “scimmia angosciata e intrepida”, per non deviare dal percorso attraverso cui la sua ricerca interiore lo aveva guidato. Nelle sue parole il signorotto colorato si paragonava ad uno spartano delle Termopili, membro dello sparuto manipolo di guerrieri che nell’agosto del 480 a.c. si immolò per arrestare la barbarie del tiranno persiano Serse. Erano trecento. Contro, tre milioni. Morirono tutti, ma il loro sacrificio permise ai nostri di riorganizzarsi e di vincere la guerra. Così l’ordine, la civiltà, la scienza, l’arte e la filosofia alla fine prevalsero sulla barbarie, sulla forza brutale. Se Gigi era lo spartano, Serse era la Morte. Nel pensiero di Gigi, la paura della morte si manifesta in tanti riflessi: come degenerazione paranoica del pensiero a sfondo religioso o politico, come auspicio per l’umanità: cavalcare tutti insieme contro l’ultima nemica. Per me, è il fermo immagine del lugubre scacchista di un vecchio film di Bergman:”Non ho nulla da rivelare, non mi serve sapere”. Ma capisco che, come Gigi insegna nei suoi libri, anche questa versione di celluloide racconta solo un minuscolo pezzettino di tutta la storia.

I persiani minacciarono di oscurare il sole con le loro frecce e gli spartani risposero: “bene, così combatteremo all’ombra”. Quando Gigi volle dirmi che aveva deciso di ricambiare lo sguardo del lugubre scacchista, lasciò sulla poltrona del suo salotto un libro intitolato qualcosa come “Venire a patti con la morte”. Così, come dimenticato. Raccolsi il libro e guardai la copertina. Poi guardai Gigi. Aveva forse qualcosa di importante da dirmi? Stava proseguendo con le cure? Mangiava sempre il suo mezzo hamburger come gli aveva ordinato il dottore? Era magro, indebolito, ma non realizzai che quella dimenticanza poteva preludere al suo saluto. Chissà perchè si pensa sempre che il destino si compirà dopodomani, mai domani. Quando gli chiesi del libro mi rispose con semplicità: “Voglio scrivere della morte”. Ancora una volta, intravvedeva l’oltre e voleva raccontarlo. La morte aspettava tutti: ma era poi vero? Era davvero così necessario scomparire? Fosse per lui sarebbe vissuto per sempre, senza annoiarsi un solo istante.

Il giorno in cui Sara mi chiamò per dirmi di Gigi, ero fuori Roma. A lui avevo dedicato un lungo ragionamento il giorno prima, chiacchierando con Flavia di come mi sarebbe piaciuto presentarlo all’amico che eravamo venuti a trovare lì a Torino. Così, anche se non ero con lui quel giorno, mi piace pensare di averlo ricordato nel momento in cui Gigi passava oltre.

La sera di quel giorno ero a Roma. Appena tornato dall’aeroporto, montai sullo scooter e andai a casa sua. Lo trovai lì, circondato dai suoi amici e collaboratori più stretti.Quando rimasi da solo nella stanza della sua bara, tornarono in me alcuni spezzoni del passato, come flash luminosi: i pranzi con il gruppo di Teapsy dal Padovano e quelli a casa sua in cui Gigi dichiarava la sua passione per l’acquetta delle verdure, sostenendo di aver inventato un metodo per cuocere gli spaghetti in una pentola minuscola; quella volta che andammo a mangiare fuori in scooter e lui si commosse ammirando il mio Beverly azzurro nuovo di zecca, e ripensando ai suoi viaggi on the road in Sardegna: lui alla guida di una moto e dietro una ragazza a condividere la strada. E poi: l’ippopotamo di cioccolato, di cui andava ghiotto; gli sms con scritto “SOS” (che mi facevano sobbalzare e poi erano sempre problemi con il PC o con i cavi della stampante spostati dalla donna delle pulizie); il modo in cui mi stringeva il braccio quando, passeggiando per la strada, aveva qualcosa di importante da dire; il gelato al caramello, che andava mangiato con il biscotto; le polpette e l’inconsapevole ripetività delle sue scelte al ristorante di piazza Bologna. E infine, il passato recente: le chiacchierate notturne quelle rare volte che, assenti Antonella e la sua badante, mi chiedeva di passare la notte a casa sua, perchè non si fidava più a star solo. Quelle notti mi capitava di svegliarmi e di guardarlo mentre a fatica tentava di dormire e respirare nello stesso tempo, cercando una posizione che gli recasse sollievo sulla poltorna a cui, a causa del suo male, era relegato.

Negli ultimi mesi Gigi non usciva praticamente più. Ma anche l’ultima volta che lo vidi, i muscoli scarni, il collo come annodato, il respiro mozzato, mai venne meno quella luce nel suo sguardo. Continuava a guardare avanti: cose da fare, articoli da scrivere, un convegno da organizzare. Al suo funerale, presso il cimitero laico di Roma, molti dei suoi amici raccontarono della loro ammirazione per Gigi. Parlarono della sua umanità, della sua capacità empatica, del suo guardare il mondo con occhi ingenui e disincantati ad un tempo. Io, che pur ho apprezzato tutte queste sue qualità, di lui ammirai soprattutto il coraggio. E’ leggenda che anche Voltaire, principe storico del pensiero libero e agnostico, giunto alla fine abbia chiesto l’estrema unzione. Non Gigi, che è rimasto fedele a quel che aveva sempre professato. E non ha stornato lo sguardo nemmeno quando il lugubre scacchista è giunto all’ultima mossa. Nessun compromesso. Proprio come aveva scritto nell’epilogo di “Scimmietta ti amo”. Proprio come il guerriero delle Termopili.

Uscito dalla sua casa pensai che con Gigi se ne andava anche una fase, importante, della mia vita. Mi ritrovai senza accorgermene davanti al ristorante dove Gigi e io avevamo passato tante serate allegre, quando ancora stava bene. Era notte fonda, le luci delle auto sferzavano la via immersa nell’oscurità. Ma era solo come un lampo di consapevolezza, che in un sussurro girava l’angolo e scompariva, mentre la strada rifluiva nel brusio di un’epoca precedente.  Le ombre di quei tempi memorabili erano ancora lì, in quel ristorante, sulle sedie, attorno ai tavoli.

Gigi:Forse l’idea di un Dio che tirava a campare ti rassicurava, più di uno seduto su un trono ad osservare e giudicare.

Gigi guardò fuori dalla finestra.

Gigi: Però questa cosa che te ne vai in montagna tutto solo mi preoccupa.

Io: In montagna le regole sono semplici. Quaggiù, invece, è un casino.

GigiSai c’è questa massima di Flaubert: L’amore è un fiore da cogliere sull’orlo di un precipizio. Amico mio, sembra scritta per te.

Io: E tu come stai? Come vanno le cose?

GigiCameriere! Possiamo ordinare?

Il ragazzo indiano addetto al nostro tavolo gli dedicò un sorriso aperto, come per scusare la sua insistenza.  Sarebbe arrivato tra un minuto. Gigi tornò a rivolgersi a me, compiaciuto:

Oggi voglio le polpette”.

5 risposte a Il bimbo e la guerra

  1. Flavia scrive:

    Leggendo il racconto mi è sembrato di sentire la “vocina” di Gigi…. Una cosa che gli ho sentito dire spesso è: “che carino/che carina” riferendosi ad una persona che in quell’istante gli era simpatica o che aveva fatto qualcosa di carino per lui. Era sorprendente sentirsi così minuscoli davanti alla grandezza di uno spirito così giovane.

    Peccato aver scoperto solo durante il suo funerale le tante cose che aveva fatto nella sua vita. Mi sarebbe piaciuto tantissimo conoscerlo meglio e fargli tante domande….

    Mi accontento (e non è poco!) di leggere i suoi libri e di conoscerlo attraverso i racconti delle persone a lui più care!

  2. Marco scrive:

    Ho avuto il piacere di conoscere Gigi in occasione di una visita a casa sua.

    Quella sera ho visto un uomo integro e libero malgrado il suo a faccia a faccia con la morte, malgrado il dolore…

    Ci chiese uno ad uno “Come va?” o “Come va con la vita?”, non ricordo esattamente la frase, ma non potrò mai dimenticare che era una domanda alla quale non si poteva rispondere semplicemente “Bene, grazie”, come si fa sempre.

    Era sinceramente interessato a noi, al mondo, ai nostri progetti per il futuro, la morte poteva aspettare.

    Grazie Gigi.

  3. Roberta scrive:

    Ne ho sentito parlare così tanto, ora posso anche leggere come un mio caro amico si sia legato al singolare signorotto colorato dalle frasi e dai pensieri arcobaleno.

  4. Sabrina scrive:

    Grazie Paolo! Gigi era proprio quel “oggi voglio le polpette”.

    Mentre leggevo il tuo articolo mi sono venute le lacrime agli occhi ….e anche adesso vedo un po’ sfumato….

    Ci sono persone che ti toccano l’anima e Gigi era una di quelle. Mi ha dato tanto coraggio conoscere “Gigetto”, aveva il raro dono della semplicità unita ad una grande saggezza. Chiedeva il suo piatto preferito con l’ansia golosa di un bimbo e un attimo dopo ti ricordava che “nelle mucose c’è l’infinito”.

    Ora Gigi sono sicura che in quell’infinito ci sei tu!

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