Morte e Cultura: lo shock primario

 

Quel che distingue l’uomo dagli altri animali è che veglia sui suoi morti

MIGUEL DE UNAMUNO

QUESTO lavoro tenta di tratteggiare a grandi linee le espressioni molteplici (religiose, politiche, economiche, demografiche, filosofiche ecc.) che lo shock esistenziale e le relative formazioni reattivo-difensive hanno avuto nella civiltà umana. Per shock esistenziale intendo il trauma primario e ricorrente che la scimmia umana ha subito quando ha preso coscienza del proprio destino di morte e le sue particolari capacità intellettive e affettive hanno moltiplicato in lei l’angoscia di morte e la sofferenza per la morte dei suoi simili.

Incredibilmente, le scienze umane hanno riservato ben poca attenzione a questa marea di angoscia, panico e disperazione che ha allagato (e continua ad allagare) la psiche dell’ essere umano quando questa ha preso coscienza della morte e ha acquisito la sua tipica e tragica capacità d’intuire il proprio destino d’annientamento, d’immaginare e aspettare la propria morte in salute e in malattia, di sospettarne in ogni istante l’imminenza, di partecipare dolorosamente all’agonia e alla morte delle persone amate e di ripetere questa quotidiana silenziosa tortura nella memoria, nel lutto e nella previsione ansiosa.

Dimostrare inconfutabilmente che la nascita stessa della cultura nei primordi più remoti scaturì da questo shock non è possibile per ovvi motivi: non potremo mai sapere con certezza come e quando questo o quel gruppo di ominidi cominciò a darsi una cultura. Sarà anzi opportuno chiarire anzitutto che qui, per cultura, non s’intende la cosiddetta «cultura materiale» (insediamenti, utensili, armi, ecc) che del resto gli ominidi e gli uomini del paleolitico superiore condividono in qualche misura con vari animali. E’ questa, significativamente, la cultura che il solito gruppo di studiosi attenti alle mode marxiste aveva privilegiato negli anni ’60 e ’70, considerando e trattando come «epifenomeni sovrastrutturali» tutto quanto l’antropologia classica aveva visto come nucleo autenticamente umano dei concetto di cultura.1

Da bravi marxisti, questi studiosi guardavano con indulgente ironia gli antropologi che si perdono a discutere delle varie «sovrastrutture» anziché concentrarsi sulla «struttura di base», quella economica, che il « socialismo scientifico » insegnava essere la matrice di ogni cosa umana: né li sfiorava il dubbio che la vera fuga dalla realtà fosse proprio il loro approccio «oggettivo» che li escludeva dalle dinamiche psichiche profonde, tanto più essenziali dei fatti economici per l’articolazione delle culture umane nei loro aspetti religiosi, etici, estetici, sociali e politici.

Qui, dunque, conformemente alla classica definizione d’uno dei padri dell’antropologia culturale, Edward B. Tylor, per cultura s’intende « quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, la morale, il costume, il diritto, l’arte e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo come membro d’una società » (Primitive Culture, 1871). Questa, dei resto, è l’accezione del termine « cultura » che prevale da oltre mezzo secolo nell’antropologia culturale americana, ove è dato per scontato che la cultura  costituisce un tratto universale caratterizzante ed esclusivo dell’umanità, del tutto assente nel mondo animale.2

Questo fenomeno altrimenti enigmatico per cui la cultura nel senso ideativo e tyloriano dei termine è tipica ed esclusiva dell’uomo mentre la cultura materiale è rintracciabile anche in varie specie animali mi sembra anzi una prova ulteriore dell’assunto di questo lavoro: se, come qui si sostiene, la genesi della cultura umana sta appunto nello shock esistenziale, cioè nell’angoscia tipicamente umana derivante dalla coscienza, dall’attesa e dall’esperienza  partecipativa e affettiva della morte, e nell’elaborazione di tale angoscia, è logico che questa cultura sia reperibile solo tra gli uomini, mentre la tecnologia e la cultura materiale sono osservabili anche tra gli animali.

Se, dunque, si esplorano le origini della cultura nel senso tyloriano della parola, si resta subito colpiti da un fatto tanto significativo quanto estesamente trascurato: cioè che il più antico documento di cultura umana (ossia di attività umane espressive di credenze) finora conosciuto sono le sepolture neandertaliane dei paleolitico medio, cioè documenti inequivocabili di una formazione reattiva all’angoscia di morte.

Queste sepolture indicano infatti con certezza l’esistenza di una primordiale attività ideativa e culturale già impostata sulla negazione della morte. I cadaveri sono in esse deposti in una posizione già ritualizzata (rannicchiati su un fianco) di cui è stata data una duplice interpretazione: secondo alcuni ricercatori questa positura veniva usata perché consentiva più agevolmente di legare le mani e i piedi dei defunto (come verrà fatto in successive culture preistoriche e storiche); secondo altri perché essa bene simboleggiava la rinascita del morto nel grembo della madre terra.3 Quale che sia l’interpretazione giusta, è evidente che in entrambi i casi siamo già in presenza di una elaborazione mitico-fantastica  della negazione della morte, insomma di una credenza precisa nella continuazione della vita oltre la morte.  Inoltre, accanto ai cadaveri sono state trovate tracce di cibo fossilizzato  e armi da caccia4. Ancora una volta si tratta d’una elaborazione mitico-fantastica della bramata continuazione della vita oltre la morte: il defunto, come avverrà del resto in tante altre sepolture delle civiltà storiche, veniva fornito dei mezzi alimentari e difensivi necessari per assicurarsi un’esistenza prospera nell’aldilà.

Se si tiene presente che le sepolture neandertaliane sono attribuite ad un’epoca compresa tra i 100.000 e i 40.000 anni a.C. e che esse sono di varie diecine di migliaia d’anni più antiche delle più antiche pitture rupestri del paleolitico medio (databili dai 28.000 ai 13.000 anni a.C.), mi sembra incontestabile che i primi documenti di attività culturale umana finora conosciuti sono chiare testimonianze d’una negazione mitico-fantastica della morte, cioè d’una difesa psichica contro lo shock esistenziale e l’angoscia di morte, che accompagnerà costantemente l’evoluzione e la storia umana a tutte le latitudini e in tutti i tempi, determinandone in larga misura le vicende.

L’inizio delle attività culturali umane finalizzate a difendere l’uomo dalla morte e dall’angoscia di morte può essere forse anticipato perfino al 300.000 circa a.C. In un recente articolo intitolato L’uomo diventò cannibale nel tentativo di superare la morte,5 Bruno Chiarelli, ordinario di antropologia all’Università di Firenze, sostiene che le mutilazioni riscontrate sui crani di Steinheim (risalenti appunto al 300.000 a.C.) sarebbero attribuibili a una forma di antropofagia rituale intesa ad assicurare agli antropofagi l’immortalità o quanto meno una maggiore longevità. Del resto, ipotesi analoghe erano state avanzate anche a proposito dei resti ossei dei sinantropo di Pechino (600.000-550.000 a.C.).

Ma in questi casi si tratta di documenti meno inequivocabili. Anzitutto, non sempre si è in presenza di prove sicure d’una attività antropofaga rituale. Inoltre, non si può affermare con certezza che tale attività fosse finalizzata ad acquisire l’immortalità e non, più semplicemente, le qualità dell’individuo ucciso o sacrificato.

Insomma, sebbene sia legittimo ipotizzare che gli inizi dei rituali difensivi contro la morte vadano antedatati ai tempi dei più remoti paleantropi, i documenti più certi d’una negazione mitico-fantastica della morte risalgono all’era neandertaliana e precedono comunque di varie diecine di migliaia d’anni le altre, più antiche tracce di cultura umana.

Miguel de Unamuno aveva forse intuito tutto questo quando scrisse: « Quel che distingue l’uomo dagli altri animali è che, in una forma o nell’altra, veglia sui suoi morti ».

E, pur senza coglierne le implicazioni vastissime e profonde sul piano della genesi e dell’articolazione  delle culture umane, il sociologo e urbanista americano Lewis Mumford aveva espressamente rilevato un dato antropologico troppo spesso sottovalutato dagli antropologi. Scrive Mumford in La città nella storia:

Ogni volta che troviamo traccia dell’uomo nel più antico accampamento o nell’utensile di pietra scheggiata [qui certo Mumford esagera, come si è visto], troviamo anche una testimonianza d’interessi e dì angosce che non hanno riscontro tra gli animali: in particolare un rispetto per i morti, che vengono deliberatamente seppelliti, unito a segni sempre più evidenti di apprensione e terrori di carattere religioso (…) il rispetto per i defunti ( … ) contribuì forse più delle necessità pratiche a fargli cercare una sede stabile ( … ) La città dei morti è antecedente a quella dei vivi La precorre e ne costituisce il nucleo.6

1 FERNAND BRAUDEL, Civilisation  matérielle  et capitalisme,  Paris, 1967. (Tr. it Civiltà materiale, economia e capitalismo, Einaudi, Torino, 1981.) Si veda anche il saggio Cultura materiale di Richard Bucaille e Jean Marie Pesez pubblicato nell’Enciclopedia Einaudi, vol. 4, p. 271 e segg.

2 EDWARD B. TYLOR, Primitive Culture, London, 1871.

3 RAFFAELE DE MARINIS, Paleoantropologia e Paleolitico, in Enciclopedia Europea, Garzanti, voi. 8, p. 498 e segg.

4 Ibidem.

5 BRuNo CHIARELLI, L’uomo diventò cannibale nel tentativo di superare la morte, in Corriere delle Scienze, 12 aprile 1983, p. 4.

6 L. Mumford, The  City in History, 1961. (Tr. it. La città nella storia, Etas Kompass, Milano, 1967, pp. 16-17.)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s