La fuga dalla morte nel costume odierno

 

Si piange soli, in privato, di nascosto, come se si trattasse di una masturbazione

GEOFFREY GORER

LA gravità della crisi conseguente al crollo delle difese religiose tradizionali è dimostrata paradossalmente proprio dalla crescente rimozione non solo del problema ma anche del «fatto-morte» dalla vita sociale e individuale delle società avanzate.

E’ stato il sociologo inglese Geoffrey Gorer a rompere il significativo silenzio della sociologia sui costumi mortuari del nostro tempo e, in particolare, sulla rimozione totale non solo della morte ma anche del moribondo dal contesto sociale odierno. In uno scritto del 1955 intitolato La pornografia della morte1 Gorer descrive e denuncia la crudele emarginazione del morente e dei superstiti nella nostra società «avanzata». Egli sostiene che, mentre nella società tradizionale i rituali del lutto integravano la morte e il dolore nel contesto sociale e facevano sentire sia al moribondo sia ai familiari la solidarietà del gruppo, la società moderna avrebbe «privato l’uomo della sua morte» e i familiari del loro dolore, relegando la morte in un asettico e impersonale contesto ospedaliero e creando un clima di tacita disapprovazione intorno alla disperazione dei superstiti.

Gorer rileva anche acutamente (e di lì titolo della sua opera: La pornografia della morte) che il muro di silenzio e di menzogna un tempo riservato al sesso sembra ormai trasferito alla morte. Riferendo e ribadendo le affermazioni di Gorer, Philippe Ariès rileva in un saggio del 1978 che oggi

I bambini vengono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell’amore e della nascita, ma quando non vedono più il nonno o chiedono perché… si risponde loro che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. Non sono più i bambini a nascere sotto i cavoli, ma i nonni a scomparire tra i fiori.2

E più avanti:

I superstiti dei defunto sono costretti a fingersi indifferenti altrimenti sarebbero esclusi . Chi vuol risparmiarsi questa prova deve perciò portare in pubblico la sua maschera di auto-controllo e deporla solo nella più sicura segretezza.3

Ariès cita le parole pungenti di Gorer: «Si piange soli, in privato, di nascosto, come se si trattasse di una sorta di masturbazione ».

Soprattutto crudele appare a Gorer e Ariès il comportamento verso il moribondo. Nell’ospedale, ove è ormai quasi sempre confinato, il moribondo è tenuto il più a lungo possibile all’oscuro della sua condizione perché si teme non sia in grado di essere discreto e stoico, insomma di attenersi a «uno stile accettabile di morte» (an acceptable style of dying), come dicono Glaser e Strauss, autori di un’ottima indagine sul comportamento del personale medico e paramedico di sei ospedali americani (ma il discorso mi sembra valido per qualsiasi ospedale moderno) nei confronti dei moribondi e dei loro familiari. Questo « stile » deve soprattutto evitare le «scene troppo violente e rumorose di disperazione che potrebbero turbare la serenità dell’ospedale», ma deve anche comportare nel malato una sua «ragionevolezza» e «collaborazione» indefinita ai rituali spesso tormentosi e interminabili di una terapia «che tutti sanno inutile ».4

Tutto questo è indubbiamente terribile e indubbiamente vero.  E’ però inaccettabile la condanna moralista con cui Gorer, Ariès e altri denunciano questi comportamenti. Essi non sembrano capire che la laudatio temporis acti non serve affatto né a chiarire né a risolvere il problema.

Quando per esempio Ariès, echeggiando le nostalgie di Gorer, scrive che «per secoli l’uomo è stato il padrone indiscusso della sua morte e delle circostanze della sua morte»5 si muove davvero in un mondo dei sogni.

In realtà, proprio perché la difesa religiosa potesse agire efficacemente contro l’angoscia di morte, l’uomo doveva morire secondo procedure ben precise e dettate dall’autorità. In particolare, doveva morire dopo essersi confessato e aver ricevuto i sacramenti, perché altrimenti lo attendeva l’eterna dannazione. Di lì, anzi, il terrore di morire all’improvviso, senza avere avuto il tempo di adempiere a questi rituali indispensabili. E di Iì, poi, via via che cresceva l’incertezza sul proprio destino prodotta nel mondo cattolico dalla predicazione degli ordini mendicanti e nel mondo protestante dalla teoria della Grazia, sono derivate – come si è visto – l’angoscia crescente della dannazione e la moltiplicazione dei rituali propiziatorì ed espiatori per assicurarsi almeno una maggiore probabilità di salvezza.

Altro che «padrone assoluto della sua morte»! Al contrario, l’uomo dell’era religiosa riuscì per lunghi periodi a placare (non certo a estinguere) la sua angoscia di morte proprio sottomettendosi incondizionatamente ai dettami sempre più tirannici della religione in ogni istante della sua vita e soprattutto della sua morte. E anche questa «morte pilotata» divenne sempre più penosa, perchè ad essa si accompagnarono una crescente angoscia della dannazione e una crescente rigidità procedurale.

Ancora più assurdo è l’atteggiamento di un altro sociologo, Jean-Didier Urbain.

Anch’egli denuncia con molta efficacia la condizione odierna del moribondo, in un suo scritto recente.

Nell’ospedale il moribondo subisce un triplice isolamento: spaziale (in disparte o dietro un paravento); temporale (si risponde con minor premura alle sue chiamate) e relazionale (la persona che si occupa di lui è sempre meno altolocata nelle gerarchie mediche) L’importante continua a essere la dissimulazione del morire.6

Ma questa denuncia è per Urbain, ennesimo pulcino della covata interminabile dei sociologi marxisti, solo un altro pretesto per la sua brava invettiva anticapitalista e antiborghese: «Che cosa è dunque accaduto in Occidente» – si chiede Urbain – «perché il morire divenisse questo avvenimento spaventoso e odioso?» E la risposta è naturalmente già pronta, stampata in serie nelle premiate fonderie marxiste: «L’uomo nuovo emerso dalla società mercantile e industriale è un frutto senza nocciolo . All’origine di tale mutazione vi è stato «l’emergere dell’individuazione a sua volta prodotto dal fatto che si andava delineando una classe protoborghese ». 7

E dopo una prevedibile filippica contro il Potere (che sembra voler aggiornare il vecchio proverbio italiano in un « Piove morte, governo ladro! ») egli conclude: « Se oggi, in Occidente, il cadavere, il morente e il vecchio sono inseriti nella categoria dello scarto è perché sono considerati solo macchine fuori servizio ».8

Sarebbe troppo facile e noioso ricordare a Urbain e ai suoi colleghi di scuola marxista che i morenti e i cadaveri (salvo quelli dei capi-faraoni imbalsamati) non hanno mai ricevuto grandi attenzioni nei paesi del cosiddetto socialismo reale ove pure il capitalismo e il mercantilismo erano da tempo estirpati quando i sociologi di stampo marxista ci regalavano queste perle di saggezza. Ma non ne vale la pena: la ricerca fin qui presentata ci ha ormai abituato a capire queste rituali invettive dei marxisti come l’inevitabile prodotto del loro esorcismo politico della morte.

Insomma, considerare il modo odierno di morire un prodotto del «nostro tempo crudele» o della «alienazione capitalistica» è davvero grottesco e superficiale, perchè significa non capire il dramma schiacciante dell’uomo contemporaneo. I rituali della morte e del lutto avevano un senso e una funzione precisi. Essi servivano ad assicurare al moribondo la vita e la felicità ultraterrena e a difendere i superstiti dai sensi di colpa che la morte produce e dall’apprensione sulla sorte ultraterrena del congiunto scomparso. Ma potevano fare tutto ciò perché si inquadravano in un insieme di credenze religiose saldamente radicate nell’individuo e nella società.

Con il crollo di queste credenze, anche i rituali tradizionali della morte e dei lutto hanno perduto ogni potere di rassicurazione e consolazione e per questo, non per la malvagia volontà di alcuno, sono caduti in disuso.

Certo, la solitudine del moribondo e dei superstiti è una realtà tremenda e dolorosa che bisogna svelare e denunciare perché finalmente si sviluppi quella solidarietà commossa e fattiva verso i morenti che Elisabeth KüIbler-Ross9 e pochi altri pionieri hanno tentato di assicurare.

Ma assumere atteggiamenti moralistici o proporre impossibili ritorni al passato è davvero insensato. Si tratta piuttosto di comprendere che, in seguito al crollo delle certezze e consolazioni religiose e dinanzi alla conseguente minaccia che l’angoscia di morte dilagasse senza più argine nella sua psiche, l’uomo moderno ha solo fatto a livello pratico quello che i suoi intellettuali più o meno impegnati hanno fatto a livello culturale: e cioè ha rimosso la morte dalla propria vita, confinandola in luoghi e mani estranei e cercando di pensarci il meno possibile.

Ma è proprio quando si prende davvero coscienza della crisi millenaria in cui l’uomo è attanagliato che, dinanzi a questa sua ultima fuga, diventa impossibile non solo provare indignazione ma non provare compassione e comprensione, esattamente come si prova compassione e comprensione di fronte alle altre fughe storiche via via tentate: quella religiosa o quella politica o quella filosofica o quella psicologica o quella demografica.

Anzi, se mai, si può notare che l’odierna rimozione della morte nello spazio asettico e disumano dell’ospedale, per quanto terribile, produce assai meno sofferenze dei vecchi esorcismi fanatici di stampo religioso o politico.

Le origini di questa vera e propria fuga dalla morte risalgono, in Europa, alla fine del ‘700 secolo e, secondo me, si collegano non solo alla crisi dilagante delle difese religiose ma anche a un fenomeno apparentemente estraneo: l’incremento esplosivo della popolazione iniziatosi appunto a quell’epoca.

Quell’incremento rese sempre più impossibile continuare a seppellire i defunti nei centri urbani. Le cronache del tempo sono piene di episodi terrificanti di pestilenze e morie diffuse nelle città dai liquami settici e dai vapori putridi emanati dai cimiteri sovraffollati. Senza dubbio si tratta anche di esagerazioni (che del resto rivelano una diffusa ansietà) ma probabilmente i fenomeni lamentati dipendevano anche dal fatto che in quei luoghi l’accatastamento dei defunti era divenuto eccessivo. E il crescente contatto con i fenomeni della putrefazione di massa aveva scatenato il panico.

Dinanzi al moltiplicarsi della casistica macabra (necrofori che muoiono per le esalazionì sepolcrali, malori e deliqui tra i pellegrini delle cripte, esplosioni di vapori pestilenziali all’apertura delle tombe, epidemie da cadavere, e così via) si sviluppò un vasto movimento d’opinione che tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800 portò a una nuova legislazione per il trasferimento dei cimiteri alla periferia degli abitati e di cui troviamo un’eco nel noto poema foscoliano I sepolcri.

Beninteso il contatto con le sepolture non era stato meno intimo quando, come nel Medioevo, i morti venivano sepolti nelle chiese e nei loro pressi, ma si trattava pur sempre di un fenomeno assai più sporadico e, soprattutto, inquadrato nelle certezze religiose.

Come si è visto, quelle certezze consentivano a certi popoli primitivi addirittura la convivenza per mesi con i cadaveri in putrefazione. A partire dall’inizio del secolo scorso, invece, l’esplosione demografica e l’urbanizzazione rapida portano a una massificazione della morte, della sepoltura e dei relativi rìschi di contaminazione, proprio mentre crollano le difese religiose.

L’angoscia esistenziale viene così potenziata dalla paura del contagio: e qui, a mio parere, sta l’origine storica di quel movimento di segregazione fisica della morte e dei morti negli ospedali, nei cimiteri sempre più lontani e deserti, nonché nei sempre più numerosi impianti di cremazione. Ma chi esamini con senso di umanità questa sequenza di terrore fisico e psichico non può certo associarsi alle facili condanne moralistiche né di stampo tradizionalista né di stampo razionalista né di stampo « rivoluzionario ».

Non possiamo, ad esempio, leggere senza un moto di pietà la descrizione data da Herman Feifel,10 in uno scritto citato altrove, del penoso avvelenamento degli affetti più profondi che l’imminenza della morte scatena spesso nel moribondo e nei superstiti.

«Ho riscontrato spesso nel moribondo» – scrive Feifel – «una vaga consapevolezza della propria invidia per chi gli sopravvivrà e in chi lo assiste un più o meno conscio desiderio che egli ‘si sbrighi a morire’. »

Così, mentre si moltiplicano fino alla crudeltà più raggelante i rituali e i consigli per scongiurare la morte («Con la palpazione del seno, ogni donna può scoprirsi tempestivamente il suo tumore », titolava recentemente un noto giornale femminile e « Calcolatevi il vostro rischio d’infarto», raccomandava un giornale romano a grande tiratura11) una volta che la malattia terminale o la morte si producono, silenzio e fuga sembrano essere ormai la norma non scritta. Ma anche questa, come tante altre reazioni umane di fuga dalla morte, dovrebbe essere studiata con comprensione e compassione, non giudicata con facile moralismo.

1 GEOFFREY GORER, The Pornography of Death, in Encounter, ottobre  1955, poi ripreso in Death, Grief and Mourning in Contemporary Britain, Doubleday, New York, 1963.

2 PHILIPPE ARIÈS, Storia della Morte in Occidente, cit., pp. 213-14.

3 Ibidem.

4 B. G. GLASER e A. L. STRAUSS, Time for Dying, Chicago, Aldine, 1968.

5 ARIÈS, op. cit., p. 190

6 JEAN-DIDIER URBAIN, Morte, in Enciclopedia Einaudi, Torino, voi. 9,  1980, p. 519 e segg.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

9 E. KÜBLER-Ross, Death, Prentice-Halil, New Jersey, 1975.

10 H. FEIFEL, Op. Cit.

11 Cfr. Il Messaggero, 8 novembre 1983.

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